Daniele Ligari Scultore

Sculture

Da qualche tempo Daniele Ligari si divide tra la Valtellina e la Toscana: abita e lavora per metà del tempo a Sondrio e per l’altra metà vicino a Siena. E’ come se i due aspetti di questi luoghi ora si scontrassero e si armonizzassero nelle sue sculture: la luce più severa della Valle, le forme maestose delle montagne della conca che circonda Sondrio inducono a forme più dure e angolose (anche se gli spigoli vivi sono attenuati da lievi smussature, perché la scultura non sia aggressiva); i contorni ondulati delle colline, la luce dorata e pacifica del senese suggeriscono forme più piene e plastiche, maggiore morbidezza.

Il capolavoro della natura valtellinese di Ligari è la scultura monumentale collocata in un rondò a Sondrio: il suo profilo confrontandosi coraggiosamente con le montagne circostanti, sembra imitare le giogaie dei monti, la vetta che si stacca, ma soprattutto rivela ciò che la montagna significa per coloro che la amano e la vivono: la verticalità, l’ascesa come sfida spirituale, come coraggio di uscire dalla mediocrità e dall’uniformità.

L’artista chiama molte sue opere “archisculture”: per lui la scultura è costruzione, spazio che può essere abitato, vissuto, che deve essere toccato. I bambini possono arrampicarsi e scivolare lungo le sue forme, gli uccelli possono bagnarsi nella pioggia raccolta in una piccola concavità. Le Archisculture possono essere un gioco, ma anche il modello di qualcosa che potrebbe davvero essere costruito: piazza o edificio.

L’aspetto più interessante di queste opere è il non avere un punto fisso di osservazione: tutti i punti di vista sono ugualmente validi; alcune sculture si possono rovesciare, non ci sono davanti e dietro, inizio e fine. La sculture si muove nello spazio e può cambiare anche radicalmente a seconda del punto di vista: dall’alto può sembrare un essere animato, una strana creatura alata; vista lateralmente è una muraglia o parete di roccia; si pensa a una grotta preistorica , spazio naturale trasformato da uomini antichi che hanno aperto passaggi, porte. Il lavoro degli agenti naturali, quello dell’uomo, e quello dell’artista: ma l’uomo, e l’artista in particolare, non è anch’esso natura?

Liscia come una roccia scavata nell’acqua la scultura comunica al tempo stesso una sensazione di forza e di leggerezza, di solidità e dinamismo; c’è in essa un equilibrio dinamico, un emozione indefinibile che nasce dallo spazio.

A volte ancorata a terra, a volte aerea: ogni opera nasce da un’esigenza interiore. La scultura può essere sospesa, o far pensare a un albero: energia che si allarga verso l’alto. Un’altra opera pone una base, un piede ben radicato, lo punta con forza sulla terra, per proiettarsi da li verso l’alto. Un’opera pone una base, un piede ben radicato, lo punta con forza sulla terra, per proiettarsi da li verso l’alto: non direttamente in verticale, ma obliquamente come il decollo di un aereo o un uccello che prende il volo.

Per Ligari è importante l’energia del materiale, dei diversi marmi e pietre, in particolare di una pietra che non esiste più: il bellissimo marmo nero di Varenna, che non viene più cavato e presto apparterrà solo al passato. Noi dimentichiamo che tutto è fatto di atomi in movimento, non esiste l’immobilità. Anche la pietra, apparentemente immobile e pesante, è una carica di energia; la mano dell’artista, col suo lavoro paziente, manifesta questo dinamismo che sta anche nella materia apparentemente più fissa, e al tempo stesso modella lo spazio, trasforma il vuoto in spazio da vivere, dove la mente può penetrare, rendendo grande il piccolo e piccolo il grande.

Marina De Stasio


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